Categoria: Diario

“UBUNTU”. IO SONO PERCHE’ NOI SIAMO

Italiano 18 gennaio
Lezione introduttiva al percorso. Attività di ice braking

La parola d’ordine è “confronto”. Dialogare, nel senso forte del termine, non è semplicemente parlare, è qualcosa di più. E’ esporre se stessi alla forza prorompente e alla bellezza silenziosa della diversità.

La chiave per arrivare al dialogo è il gioco, poiché solo attraverso il gioco l’uomo ritrova sé stesso negli altri.

Ed è proprio con un gioco che è iniziata la prima giornata del progetto “Al di là dei muri”.

Dopo esserci divisi in quattro gruppi, ci siamo ulteriormente suddivisi in coppie e ciascuno, seguendo le domande di una scheda precedentemente distribuita (“La tua carta d’identità”), ha trascritto le risposte del compagno e, al termine di tutto, le ha esposte alla classe.

“Quale è il tuo piatto preferito?”, “Che musica ascolti?”, “Dove ti piacerebbe vivere?”… Domande che, nella loro misurata semplicità, ci hanno permesso di conoscere non solo i ragazzi stranieri, ma anche di conoscerci tra di noi … scoprendoci tutti molto più simili di quanto ci aspettassimo.

E’ seguita la scelta del nome del gruppo. Il nostro era come se fosse stato lì ad aspettarci per tutto il tempo: ubuntu, letteralmente “io sono perché noi siamo”, concetto attestato con significati simili in tutte le lingue dell’Africa, poiché la bellezza sta nell’essere differenti gli uni dagli altri. L’unicità è preziosa solo in un gruppo.

Goodness il nome scelto dal terzo gruppo. Thomas spiega che questo nome, parola che in inglese significa bontà, è stato proposto da Festus, ragazzo di origine nigeriana componente del loro gruppo, perché “con il nostro impegno noi stiamo facendo del bene ai nuovi amici africani, ma anche una esperienza che fa bene a noi per crescere”.

Aba Oso, che nel dialetto di Benin City, città natale di Ezra, significa “Ciao come va?” e “Sto bene” è il nome del secondo gruppo, scelto per ricordare l’intento del gruppo di studio: vogliamo conoscerci a vicenda e aiutarci reciprocamente ad imparare lingue diverse. Lo scopo del gruppo, ha ricordato Giulio, “è che Ezra impari le basi dell’italiano e, allora, il saluto nel suo dialetto simboleggia il fatto che lui arrivi a trovarsi meglio in questo nuovo paese, sentendosi a suo agio nella comunità, un po’ come faceva in Nigeria.”

Un po’ spiazzati dalla richiesta di dare un nome al proprio gruppo, ha spiegato Giorgio, la scelta è caduta sul nome di un piatto del Gambia: Zuppa di rakile e pollo, “per onorare la nazione del nostro compagno e perché ci sembra un nome simpatico”.

La giornata è terminata con un ultimo gioco: ci siamo radunati tutti a cerchio. Ognuno ha pensato a un posto nel quale si sarebbe nascosto se non avesse voluto farsi trovare da nessuno. In che posizione saresti? Tutti abbiamo iniziato a metterci nelle pose più strane … in equilibrio su un piede, raggomitolati su noi stessi, schiacciati contro il muro … ma non era finita qui. Ognuno, nella sua posizione, doveva presentarsi a qualcun altro, il quale avrebbe “rubato” il suo nome e la sua posizione.

Abbiamo iniziato a camminare goffamente, a presentarci agli altri, e tutti abbiamo riso. Ed era una di quelle risate che in sordina ti aprono il cuore e la mente, poiché ci si rende conto che se basta solo un gioco per rendere felici tante persone diverse, forse non si è poi così tanto diversi.

Barbara Esposito

 

 

 

 

 

 

DALLA GUINEA LA FIABA DI BINTOU

Italiano 25 gennaio
Fiabe del folklore europeo e africano: Bintou e il Gatto con gli stivali

In apertura dell’incontro i nostri ospiti hanno raccontato una fiaba popolare africana, integrando la lettura con canti e scenette.

Questa storia racconta di Bintou, una bambina che, maltrattata dalla sua matrigna, trovò aiuto in un “diavolo”, commosso dalla sua triste vicenda. Il “diavolo” e Bintou stipularono un patto fra loro: il diavolo le avrebbe dato da mangiare e lei non avrebbe dovuto svelare a nessuno questo segreto, pena la morte. Ma, presentandosi con lei un giorno anche la matrigna, sospettosa delle buoni condizioni di Bintou, il diavolo si infuriò, ma la bambina lo implorò di risparmiare quella che in fin dei conti, seppur crudele, era la moglie di suo padre. E così fece il diavolo, a patto che la matrigna, Nagnuma, non avesse più trattato male Bintou. E fu così che le due donne tornarono a casa come madre e figlia e prepararono una grande festa.

E’ stato molto simpatico e divertente notare che anche tra loro c’era un po’ di ansia per la “performance”, proprio come sarebbe accaduto a noi al loro posto, ma, nonostante questo, tutti, anche quelli inizialmente più timidi, hanno dato il loro contributo per la riuscita al meglio della rappresentazione, vestendo ciascuno i panni di un personaggio della fiaba ed entrando in azione non appena richiamati dal narratore. Inoltre ci hanno invitato a partecipare al canto previsto dalla storia, chiedendoci di ripetere alla fine di ogni strofa la parola sinaya, che significa nella loro lingua desiderio, speranza. Il canto era diretto dal narratore e in un paio di occasioni ci ha fatto ripetere l’esecuzione, poiché eravamo andati fuori tempo. Questo è una prova del fatto che ci tenevano molto al nostro coinvolgimento.

Dopo aver ascoltato la fiaba abbiamo provato a scriverla nei gruppi, tenendo conto di chiarimenti o ulteriori spiegazioni da parte dei nostri ospiti, ed eventualmente individuando una morale. Nel nostro gruppo c’erano due richiedenti asilo e ci è stato dunque più facile ricostruire la storia, da noi interpretata male in alcuni passaggi, e abbiamo avuto la possibilità di conoscere ulteriori dettagli e di ricevere informazioni sulla loro cultura, in modo da contestualizzare più precisamente la storia che avevamo appena ascoltato. In particolare ci hanno aiutato a capire un tratto della storia, dove la protagonista era costretta a lavarsi le mani in una tinozza piena d’olio, posta sulla tavola accanto ad una colma invece d’acqua, e per questo non poteva mangiare. Ci è stato spiegato che in Africa si mangia con le mani attingendo tutti il cibo da uno stesso piatto centrale e dunque per mangiare bisogna avere le mani pulite. Bintou, perciò, lavandosi nell’olio restava con le mani sporche e non poteva cibarsi insieme agli altri. Anche in questo caso si sono dimostrati molto ben disposti e pazienti nel farci capire ciò che chiedevamo e non si limitavano a rispondere in modo sbrigativo, ma cercavano sempre di darci più particolari, più dettagli possibili.

Infine abbiamo presentato noi la fiaba Il gatto con gli stivali di Charles Perrault. Per introdurla abbiamo spiegato cosa si intende con la parola “fiaba”, evidenziandone le caratteristiche e le differenze con la “favola”. Qui è stato un po’ più difficoltoso riuscire a farsi comprendere del tutto, trattandosi infatti di concetti di letteratura, ma bene o male penso che siamo riusciti a farne capire le caratteristiche essenziali. Così abbiamo iniziato a raccontare loro la storia de Il gatto con gli stivali. Uno dei nostri due ospiti parla già molto bene l’italiano, mentre con l’altro abbiamo dovuto ricorrere di tanto in tanto all’inglese. Il personaggio del gatto con gli stivali, e più in generale l’intera storia, è piaciuto e in particolare hanno trovato molto divertente il passaggio della storia dove il gatto inghiotte l’orco, trasformatosi in topo. Dopo aver raccontato la fiaba, ci siamo concentrati su una sezione del testo, leggendola e spiegandola più nel dettaglio rispetto al riassunto fatto loro in precedenza, perché sarà su questo che dovremo lavorare la prossima lezione.

Così si è concluso il nostro secondo incontro, che si è sicuramente avvalso delle presentazioni già avvenute nel primo e che ci ha fatto conoscere ancora meglio. Ormai c’è più confidenza da entrambe le parti, il che facilita e rende ancor più piacevoli le attività che svolgiamo insieme.

Tomoki Okada

 

FRA TEATRO E REALTA’

Italiano 8 febbraio
Il Gatto con gli stivali

Divertimento ed insegnamento sono le parole chiave che stanno alla base del nostro progetto. E’ proprio così che, con la terza lezione di italiano, abbiamo proseguito il nostro percorso, inscenando la fiaba de Il gatto con gli stivali. Essa è stata divisa in quattro parti in base al numero dei gruppi, che si sono così messi a lavorare, dividendosi i personaggi, scrivendo le battute e coinvolgendo i ragazzi stranieri.

Al nostro gruppo (Godness) è capitata la parte centrale della storia, in cui il Gatto escogita un piano per rendere ricco il proprio padrone, il marchese di Carabas. Avendo saputo che il re avrebbe fatto una passeggiata con la propria figlia presso la riva di un fiume, il felino suggerì al padrone di spogliarsi e farsi un bagno. Quando la carrozza del re passò di lì, il gatto iniziò a gridare dicendo che il marchese di Carabas era stato derubato e aveva bisogno d’aiuto. Il re fece fermare la carrozza per aiutare il pover’uomo, con cui proseguì il resto del viaggio. Nel frattempo il gatto con gli stivali costrinse i contadini a rispondere al re che i terreni su cui stavano lavorando appartenevano al marchese di Carabas, affinché il sovrano pensasse che il marchese fosse un uomo di notevole prestigio e quindi adatto a sposare sua figlia.

Al nostro amico africano abbiamo assegnato il ruolo del Re, al fine di farlo divertire e mettersi in gioco, esercitando così anche la nostra lingua.

Le varie scene sono state poi assemblate e riprese con una telecamera in ordine sequenziale, rappresentando dall’inizio alla fine l’intera storia.

In seguito ad ogni gruppo è stata consegnata una scheda con delle domande sull’attività svolta: “Quali sono i personaggi della fiaba? Quali le loro caratteristiche?”, “Dove e quando è ambientata la vicenda?”, “Qual è la morale della storia?”…

Domande semplici, che ci hanno però dato modo di riflettere e discutere tutti insieme sulla fiaba, che contiene uno degli insegnamenti più importanti che gli adulti vogliono trasmettere ai bambini: bisogna impegnarsi a fondo per raggiungere i propri scopi.

“Ricordate altre fiabe in cui il personaggio principale è orfano di almeno un genitore?” è stata la domanda che ha colpito maggiormente il nostro gruppo, ricordandoci la fiaba di “Bintou”, che ci avevano raccontato i ragazzi stranieri la volta precedente, in cui la protagonista, orfana di madre, veniva maltrattata dalla matrigna Nagnuma, alla quale non importava nulla di lei. Abbiamo così potuto notare come le nostre culture, per quanto diverse dal punto di vista della tradizione, presentino molte analogie rispetto alla trasmissione dei medesimi valori che può assumere la morale.

Francesca Lasi

UN ALTRO POMERIGGIO ASSIEME

Italiano 15 febbraio
Cenerentola e Natiki a confronto

Il pomeriggio è iniziato con una rappresentazione della fiaba ‘’Natiki’’, la versione africana di ‘’Cenerentola’’. Mentre i ragazzi africani leggevano il testo in italiano con enfasi, la recita è stata accompagnata da una musica della loro tradizione. Come era già accaduto durante la seconda lezione, ciascuno di loro, in tutto quattro questa volta, ha recitato la propria parte, formando insieme un gruppo molto organizzato. Abbiamo apprezzato questa performance, nonostante le difficoltà linguistiche, poiché ci ha colpito il loro sforzo per migliorarsi, talvolta la loro grande espressività e infine l’atmosfera unica che ci ha trasportati per quei pochi minuti in un mondo lontano.

Successivamente, ad ogni gruppo è stata assegnata una parte della fiaba di ‘’Cenerentola’’, per leggerla, comprenderla e prepararsi ad esporla alla classe.

Dopo aver assistito alle due rappresentazioni, viene spontaneo pensare che le fiabe abbiano molte somiglianze. Natiki corrisponde, infatti, a Cenerentola perché entrambe svolgono i lavori propri della servitù e l’umiltà è il tratto che le contraddistingue. Inoltre sono ambedue orfane di madre, hanno due sorellastre e sono trattate male in famiglia a causa della loro bellezza. Viene anche proibito loro di andare al ballo.

Le due fiabe hanno però una ambientazione molto diversa. Nella fiaba che racconta la storia di Natiki, al ballo non vi è un principe bello e nobile, bensì un forte cacciatore che tutte le donne vogliono ammaliare. Inoltre non vi è nessun incantesimo opera di una fata a rendere possibile la partecipazione al ballo e la protagonista ancora più incantevole.  Natiki, come anche le sorelle, si spalma del grasso sulla pelle del corpo per apparire più bella.

Nella fiaba di Natiki manca l’elemento magico, e, perciò, non c’è uno sviluppo della storia simile a quello della Cenerentola, dove è centrale l’episodio della perdita della scarpetta dovuta alla fuga ai primi rintocchi della mezzanotte.  Natiki riesce subito ad attrarre il cacciatore, perché è lei la protagonista del ballo. Inoltre, Natiki  è molto astuta. Infatti, prima di andare alla danza, conficca nel terreno delle spine di porcospino per non perdere la strada di ritorno, proprio come se fosse il gomitolo di Arianna. Così, una volta che la serata è terminata, Natiki ritorna a casa accompagnata dal giovane cacciatore, che intende sistemare i soprusi a cui lei era soggetta. Nella fiaba non si dice che Natiki abbia perdonato le sorelle, ma che visse felice con il marito. Si avvera così la promessa fatta dal giovane alla madre di Natiki quando afferma che “le sue ciotole non saranno mai vuote”.

In entrambe le storie vi è quindi un lieto fine, ma in Natiki l’autore sottolinea che il cacciatore è riuscito a procurare il cibo, il sostentamento alla sua famiglia. Una conclusione molto più realistica di quella della Cenerentola di Perrault.

Il contesto in cui la fiaba è ambientata e la sua conclusione riportano direttamente alla realtà di un paese dell’Africa, a un contesto tradizionale che vede una precisa divisione di ruoli.

Prima che la lezione iniziasse, la prof.ssa Grasselli aveva richiamato alla nostra attenzione la questione della puntualità, e, anche questa volta, alcuni ragazzi sono arrivati a lavoro iniziato. Anche Ezra, un ragazzo del nostro gruppo, è arrivato in ritardo. Forse perché ha avuto dei problemi, forse per via della stanchezza, ma subito la nostra vivacità gli ha fatto di nuovo brillare gli occhi.

Si trattava, purtroppo, dell’ultima lezione con il prof. Montebugnoli ed egli ci teneva particolarmente a concludere la parte del progetto riservata ad italiano coinvolgendoci tutti con la lettura della ‘’Gatta che venne in casa’’, un’altra fiaba africana. E’ stata letta e a ciascuno è stato consegnato il testo, nel quale però il professore aveva tolto la conclusione, che è la morale della fiaba. Ci ha chiesto di scriverla noi. Ciò ha stimolato molto le menti creative di ciascun gruppo, e, alla fine, verso gli ultimi minuti della lezione, abbiamo condiviso le nostre idee per dare una conclusione alla storia. Ognuno ha dato sfoggio alla propria fantasia e c’è stato persino chi ha coinvolto gli alieni nella vicenda della gatta. Ma quello che ha più stupito tutti è che la fiaba si è conclusa affermando che la gatta scelse di rimanere con la donna e che, da quel momento, non si è più spostata dal focale. Ha preferito la donna all’uomo, ritenendola più forte. Nessuno di noi aveva ipotizzato neanche lontanamente questa conclusione, che invece rispecchia il sentire popolare, a quanto pare lo stesso Africa e in Italia.

Zhou (Giulio) Ji Shun

IL PROFUMO DEI NOMI

Scienze 22 febbraio
Socializzazione e geografia

“Ho letto una volta in un libro, che una rosa con qualsiasi altro nome, avrebbe avuto sempre lo stesso odore, ma non sono mai stata capace di crederci. Non credo che una rosa sarebbe altrettanto bella se si chiamasse diversamente.” (L.M. Mongomery)

Quando guardiamo un bosco, senza riuscire a percepire le piante che lo compongono, lo vediamo solo come una massa indistinta di un bel colore verde, un’immagine che non ha il fascino sufficiente per attirarci, per coinvolgerci emotivamente, incapace perciò di destare in noi lo stupore. Mentre, è quando ne conosciamo le particolarità e le piccolezze, che ne riceviamo una irresistibile forza.

E cosa ci consente di conoscere una persona, se non il suo nome? Molto più delle grandi cose, il nome infonde coraggio, scivola dentro l’uomo e lo definisce, gli da un luogo e un tempo, un’origine certa.
Ed è proprio con la domanda “Come ti chiami?”  che si sono aperti i sipari del quarto giorno, nonché l’inizio del programma di scienze.

“Ti piace il tuo nome?” “Sai cosa significa?” “Hai dei soprannomi?”

 Domande discrete, semplici, senza troppe pretese, grazie alle quali, però, ho potuto notare un atteggiamento di risposta, comune a tutti noi ragazzi, che mi ha lascito piacevolmente sorpresa: tutti abbiamo ugualmente interpretato queste domande non come fine a sé stesse, ma come un “trampolino di lancio”. Nel mio gruppo (Ubuntu), partendo dal “Come ti chiami?”, ci siamo letteralmente tuffati nel raccontare che tipo di musica ascoltassimo, cosa avessimo intenzione di fare dopo il liceo, che viaggi sognassimo di fare. Ed è stato indiscutibilmente travolgente notare come, proprio in quel momento, tutti eravamo impegnatissimi ad intrecciare le nostre vite, le quali diventavano una sola grande treccia di esperienze, che tra loro si trovavano piacevolmente e inaspettatamente simili.

E’ seguito il momento di confronto, durante il quale una coppia per ciascun gruppo si è presentata alla classe: ed ecco che quella “massa di un bel colore verde” ha iniziato a prendere le sembianze di un bosco.

Abbiamo scoperto che a Mohamed non piace il suo nome, perché, essendo il nome del profeta Maometto, porta le persone che lo incontrano a vederlo come una persona che ha ricevuto una educazione rigida e non per quello che è. Preferisce il soprannome Capì, che nella sua lingua significa “capitano”. “Io sono un mussulmano moderno – ci ha detto Mohamed – Io amo tutti. La religione non dipende dal modo di vestirsi o di pettinarsi, ma dal cuore”.

Al contrario, invece, Adama ama il suo nome, poiché è quello del primo uomo che Dio ha creato. Ha ricevuto questo nome, perché, quando è nato, era morto da poco tempo un giovane fratello di suo padre che si chiamava così. Ama ancora di più il suo soprannome Benja, che significa piccolo, che gli è stato dato per distinguerlo da un altro Adama più vecchio di lui.

Irene ama il suo nome, che significa “pace” o “colui/colei che porta la pace” tra gli uomini.

Zhou ha due nomi, Zhou il nome cinese e Giulio, il nome italiano. Giulio, il nome che preferisce, deriva dal latino “Iulius”, nome della antichissima gens romana Iulia, Zhou significa invece “avere una strada dritta”, avere successo.

Anche Emiliano ha un nome che rimanda a una parola latina, che indica o la regione “Aemilia” oppure la gens Aemilia, una delle maggiori famiglie patrizie di Roma. I suoi genitori lo hanno chiamato così a ricordo del rivoluzionario messicano Emiliano Zapata.

Bajimmeh ama il suo nome, perché era lo stesso di suo nonno, e il suo soprannome è Isola (traduzione italiana) perché la sua più grande passione è nuotare, come pure Ebrima, perché il suo è il nome del profeta Ibrahim (Abramo).

Successivamente, ciascun gruppo ha risposto a domande di geografia. Noi ragazzi italiani abbiamo descritto una carta fisica dei territori dell’Italia, chi quella  settentrionale, chi centrale, chi meridionale e infine un gruppo le isole, evidenziando la presenza di catene montuose, corsi d’acqua e laghi, mentre i ragazzi stranieri ci hanno mostrato posti incantevoli in Nigeria (come l’altopiano di Jos), in Gambia (dove il nostro amico Ibrahim ci ha mostrato le foto della riserva di Abuko), in Senegal (in cui le splendide acque di Casamace e del fiume Sine Saloum, contrastano con l’area desertica del Ferlo e con le inimitabili acque risate  del Lago Rosa) e infine la Guinea (mostrandoci le straordinarie cascate di Kambadagia, nonché l’enorme massiccio di Fouta Djalon).

E’ stato in particolare grazie a questo lavoro, che mi sono resa conto di un cambiamento netto e comune a tutti i nostri sguardi: non erano più opachi, spenti nel guardare una persona che sembrava uguale ad un altra. Erano tutti, indistintamente, animati da una luce profonda e calda.

E questo mi porta a riflettere sulla forza di uno sguardo benevolo nella vita di una persona: ho l’impressione che chi ha il privilegio di avere un testimone amorevole nella propria vita, o anche ” solo” un testimone che cerca il bene dentro di lui per farlo emergere, ha buone possibilità di diventare una persona migliore, forse anche un po’ più felice. Se abbiamo il privilegio di avere qualcuno nella nostra vita che ci guarda con occhi in grado di scorgere in noi qualcosa di diverso, ecco che quello sguardo ci dice che forse in noi c’è qualcosa di meglio di quel che pensavamo.

Barbara Esposito

CONVIVIALIA’ E/E’ CULTURA

Scienze 8 marzo
Agricoltura biologica e agricoltura in Africa. Conosci le piante e i prodotti agricoli?

La convivialità è uno dei momenti più importanti in qualunque organizzazione sociale, a qualunque latitudine, in ogni tempo; consumare un pasto insieme ha una valenza culturale da ogni punto di vista: già nel mondo antico si consumavano banchetti in occasione di feste religiose, per celebrare un trionfo militare, per discutere di filosofia, di poesia e di arte, ma erano peculiari anche i banchetti funebri, e, naturalmente, gli incontri nelle occasioni liete.

Intorno ad una tavola apparecchiata si scambiano idee, si rafforzano legami interpersonali, si condivide qualcosa di se stessi acquisendo qualcosa dagli altri; insomma, si scambiano culture con i compagni di tavola, e “compagno”, etimologicamente, è “colui che ha il pane in comune”.

Abbiamo vissuto un momento di convivialità l’8 marzo, quando abbiamo assaggiato piatti veramente inusuali, in particolare un dolce africano, sorprendente per i miei gusti, perché era dolce, come mi aspettavo che fosse, e conteneva anche la crema pasticciera, ma all’interno aveva un cuore inatteso ed impensabile per i criteri gastronomici occidentali: un uovo sodo… il quale creava un connubio esplosivo tra dolce e salato. All’inizio mi è sembrato un ingrediente fuori posto, come “una barca nel bosco”: mai avrei creduto di potere trovare  un uovo sodo dentro un dolce.

In alcuni casi i piatti occidentali hanno avuto successo, meno successo in altri casi, come nel caso della pizza: la pizza è italiana, ma è anche universale, e infatti si chiama pizza in tutti gli angoli del mondo e piace sempre a tutti; anche la torta di riso ha avuto successo, mentre il plumcake è sembrato un dolce un po’ strano per i loro palati, e forse non è stato gradito da tutti.

A proposito di cibo, da quando l’uomo ha smesso di essere nomade ed è diventato stanziale, l’agricoltura è diventata  l’attività principale per garantire la sussistenza.

Si può coltivare la terra seguendo filosofie diverse e una di queste è l’agricoltura biologica.

Ne ha parlato Pierre Marchini, con i colleghi Luca e Giovanni, di FLOEMA, un’azienda agricola di Crespellano, che ci hanno proposto un interessante confronto tra l’agricoltura biologica, i suoi principi e le sue tecniche e l’agricoltura africana.

L’agricoltura biologica si propone diversi obiettivi: creare un ecosistema sano e funzionale, evitando l’inquinamento causato da tecniche agricole industriali e salvaguardando la fertilità del terreno; mettere a frutto “l’oro nero”, ovvero il letame; praticare la lotta biologica e la rotazione delle colture.

Spesso tendiamo ad essere autoreferenziali, e non consideriamo le posizioni degli altri: questo vale anche per il cibo, per il modo di produrlo e per quello di consumarlo.

In Africa sono presenti diversi tipi di clima: si va dal clima temperato caldo a quello tropicale, all’equatoriale, per continuare con il tropicale e tornare al clima temperato caldo.

Data la varietà del clima, anche i prodotti della terra sono molto diversi, in relazione alla posizione geografica; alcuni prodotti sono utilizzati anche nel mondo occidentale, ma con modalità diverse. Si possono fare alcuni esempi.

Le banane, conosciute e consumate in tutto il mondo, in Africa si coltivano nella fascia equatoriale, anche con varietà a noi sconosciute, come le banane rosse, oppure di grandezze diverse rispetto a quelle a cui siamo abituati;

La manioca, radice molto nutriente, ha il sapore del latte e si utilizza per preparare torte, oppure in tante ricette con il riso e il pesce, si consuma cruda o cotta; si utilizza anche come un viagra naturale, o per il trucco, ma anche come vernice;

Il miglio, cereale conosciuto in tutto il mondo, in occidente si usa come mangime per uccelli, mentre in Africa si utilizza in molte preparazioni sotto forma di farina;

L’okra, verdura molto diffusa, somiglia a un piccolo peperone verde e il suo gusto ricorda quello degli asparagi; si utilizza anche come cosmetico, soprattutto per i capelli.

Nella illustrazione dei prodotti africani sono stati di grande aiuto gli interventi di Capi e Adama, che hanno integrato la presentazione di Marchini.

A conclusione è stato proiettato il video “Zai planting pits”, riguardante un metodo di coltivazione adottato in alcuni paesi africani per contrastare la desertificazione.

In seguito, abbiamo compilato, e poi esposto, due schede con l’aiuto dei ragazzi africani: una sulla frutta, distinguendo frutti esotici dai locali e dividendoli in base alle stagioni in cui giungono a maturazione, l’altra invece era una scheda per classificare ed analizzare alcune foglie di quattro piante diverse, una per gruppo (nel caso del mio gruppo l’oleandro).

Irene Di Silvestro

DAL MACROCOSMO AL MICROCOSMO

Scienze 15 marzo
Dal mondo macroscopico al mondo microscopico

Giovedì 15 marzo abbiamo concluso la parte scientifica del progetto con una lezione in laboratorio dal titolo “Dal mondo macroscopico al mondo microscopico”.

Nelle lezioni precedenti, infatti, avevamo iniziato con l’osservazione di alcune carte fisiche d’Italia e di quattro stati africani, per passare ad osservare, nella lezione successiva, dei campioni vegetali e a riflettere sulla stagionalità dei prodotti agricoli in Italia e Africa. In laboratorio quindi, utilizzando il Microscopio Ottico, abbiamo potuto compiere un ulteriore passo di avvicinamento alla realtà.

La professoressa Bonfatti ci ha spiegato prima di tutto come utilizzare il microscopio e da che parti è formato. Ci siamo divisi in gruppi di tre in modo da eseguire insieme le osservazioni che ci erano richieste. Abbiamo quindi analizzato tre campioni: il test iniziale consisteva nel visualizzare la lettera A, il secondo un campione di cellule vegetali e infine un campione di cellule animali.

Il primo test serviva per prendere dimestichezza con lo strumento e per farci vedere che, nel microscopio, viene visualizzato tutto al contrario. Nel secondo campione, invece, abbiamo ingrandito di 400 volte un sottile strato di cipolla, così da vedere le cellule vegetali. Nel terzo ed ultimo test, invece, ci siamo strofinati un cotton fioc all’interno della guancia per raccogliere qualche cellula morta. L’esperienza si è conclusa con l’esposizione da parte di uno studente per gruppo di ciò che era stato osservato.

Ma alla fine della scheda che abbiamo compilato c’era una domanda che ci ha fatto molto riflettere: spiegate con una frase il parallelismo “immigrazione vista tramite i mass media a livello macroscopico” e “immigrazione a livello microscopico” che stiamo vivendo in questa esperienza.

Ci siamo accorti che, attraverso il percorso del progetto, abbiamo potuto fare dei passi di avvicinamento a questa realtà, conoscendola sempre più da vicino. E la realtà ci si è mostrata molto diversa.

“Entrando in contatto direttamente con loro ti rendi conto che sono persone normalissime: ci sarà sempre il più intelligente, il più studioso o altro e il loro contrario, ma è così ovunque e in qualsiasi gruppo di persone e non possiamo generalizzare dicendo che noi siamo i buoni e loro i cattivi, come ci trasmettono i mass media… facciamo tutti parte dello stesso gruppo: siamo cittadini del mondo”. (Irene)

“Così come quando guardiamo una cipolla ci chiediamo se ci può piacere oppure no e non pensiamo a tutti gli strati e a tutte le cellule di cui è composta, così quando sentiamo parlare del fenomeno dell’immigrazione non ci rendiamo sempre conto delle persone reali da cui è composto, persone che hanno ognuna una propria storia, una propria famiglia e una propria realtà. Nella cipolla, come negli esseri umani, più ingrandiamo più ciò che vediamo diventa interessante.” (Hannah e Beatrice)

“Siamo sicuri che la visione offerteci dai mass media sia una visione “macroscopica” dell’immigrazione? Letteralmente gli effetti macroscopici sono quelli visibili senza strumenti, senza filtri. E non è, forse, questa la visione che abbiamo acquisito in questi giorni? Direi, quindi, che le informazioni dalle quali siamo bombardati siano loro quelle “rimpicciolite” e “microscopiche”: filtrate, analizzate e quindi non viste nella loro complessità.” (Barbara)

Ed è proprio questa complessità e questa completezza di visione l’imperativo a cui tutti siamo chiamati.

Giovanni Ruzzu

 

 

UNA STORIA O PIU’ STORIE?

Storia 22 marzo
Storia d’Italia dall’unificazione alla Resistenza: tappe principali

Il giorno 22 marzo sono iniziate le lezioni di storia. La prof.ssa Grasselli ci ha spiegato che l’obiettivo di queste quattro lezioni è condividere la conoscenza di alcuni momenti della storia contemporanea dei nostri paesi e la memoria che ne conserviamo. Per questo motivo è stato chiesto agli studenti del Fermi di raccogliere la memoria familiare relativa agli eventi della Seconda guerra mondiale e dell’immediato dopoguerra.

La lezione è iniziata con una breve introduzione storica del professor Calò sul tema “Storia d’Italia dall’unificazione alla Repubblica”.  E’ stato proiettato un power point con i testi in tre lingue (italiano, inglese, francese) in modo che le testimonianze raccolte precedentemente potessero essere contestualizzate e comprese dai ragazzi stranieri.

Successivamente ci siamo divisi in gruppi in modo da presentarci reciprocamente i contenuti delle nostre interviste.

La seconda parte della lezione è stata dedicata alla discussione in classe dei risultati della ricerca familiare. La prof.ssa Grasselli ha guidato la discussione sollecitandoci ad intervenire riferendo le storie di combattenti e di fronti di guerra, le difficoltà della vita quotidiana, i bombardamenti, il rapporto con i soldati tedeschi e anche le storie di ebrei soccorsi o deportati. Ha anche cercato di fornirci quelle conoscenze indispensabili alla comprensione storica del fenomeno di cui stavamo parlando.

Leggendo le interviste ci siamo accorti di come gli eventi della Seconda guerra mondiale fossero giudicati da prospettive diverse in base agli ideali e alla situazione di ogni famiglia. Alcuni nonni avevano fatto parte della Resistenza e hanno visto la fine della guerra come il primo passo verso la libertà; altri invece erano cresciuti con forti principi fascisti a cui hanno aderito fino alla fine della Repubblica Sociale Italiana, per cui l’arrivo degli americani non è stato vissuto sul momento con gli stessi sentimenti.

E’ veramente curioso osservare i diversi punti di vista e le diverse valutazioni della guerra e come ogni persona interpreti uno stesso evento in modo totalmente differente, confluendo però alla fine nell’unica conclusione, ossia che la guerra non sarebbe mai più dovuto accadere.

Dopo tutto, ciò che distingue noi uomini da tutte le altre specie è il nostro “senso di interiorità”, quello che ci fa provare forti emozioni e talvolta anche paura, quello che ci rende così umani, che ci fa vivere le esperienze in modo completamente personale.

E’ stato molto interessante ascoltare anche le testimonianze di alcuni ragazzi le cui famiglie non sono di origine italiana, come quella di Hannah e di Giulio.

Il padre di Hannah è di nazionalità inglese e ha potuto raccogliere una testimonianza che descrive la guerra così come è stata vissuta in Inghilterra.  Invece la famiglia di Giulio è originaria della Cina, e noi, oltre a dover entrare in una prospettiva storica differente, siamo stati obbligati, nell’ascoltare i suoi racconti, a metterci completamente nei panni dei parenti di Giulio.

Questa esperienza ha avuto su di noi un forte impatto emotivo, e oltre a ricordare gli eventi del passato, è stata una occasione per riflettere.

Più la società avanza nelle sue scoperte e invenzioni, più l’abitudine alla riflessione sembra diminuire, così, quando ci capita di farlo, restiamo sorpresi dal contraccolpo che la riflessione produce in noi.

Questa esperienza ci ha fatto capire che il nemico può essere differente in base ai punti di vista, alla posizione geografica e alla cultura di ognuno di noi.  Forse non si può sempre distinguere il bene dal male, però possiamo capire la  differenze che esiste tra il porsi sul piano della convenienza  e il porsi su quello della giustizia.

Francesca Pozzati

 

 

L’INDIPENDENZA MANCATA

Storia 26 marzo
Il risveglio dell’Africa nera. E la storia ricomincia.

La libertà è per ogni cittadino del mondo. Un uomo senza libertà non è definibile come tale e uno stato non é nient’altro che una comunità di cittadini liberi.

Ed é proprio questo l’argomento dell’incontro del 26 marzo, un excursus sulla storia dell’indipendenza dei vari Stati Africani, soggiogati per secoli al colonialismo dei maggiori stati europei.

La lezione è iniziata con una presentazione della professoressa Grasselli dal titolo “Il risveglio dell’Africa nera e la storia ricomincia”, espressione tratta dal libro “La storia dell’Africa nera” di Joseph Ki-Zerbo, considerate il padre della storiografia africana. La professoressa ha spiegato come la Seconda guerra mondiale, con i suoi esiti, ha messo in moto quel processo, chiamato decolonizzazione, che ha portato all’indipedenza degli stati africani: “Il cammino verso l’indipendenza degli stati dell’Africa nera – scrive Ki-Zerbo – è uno dei fenomeni politici più spettacolari della seconda metà del XX secolo.”

Dopo questa spiegazione di carattere generale, sono seguiti due interventi molto importanti di due ragazzi africani, Adama e Kapi. Entrambi hanno riferito del loro paese natale, rispettivamente Senegal e Guinea.

 

Il primo a esporre è stato Adama che ha parlato dell’indipendenza del Senegal avvenuta il 4 Aprile 1960, concessa dal generale De Gaulle, costretto dalla pressione della popolazione Senegalese che premeva per ottenere l’indipendenza. Il ruolo di Presidente della Repubblica fu affidato a Senghor che nel 1962 venne accusato di fare gli interessi della Francia, che continuava a sfruttare il paese. La risposta del governo alla contestazione popolare fu la repressione. Dopo questo momento si avranno altre rivolte, perché la popolazione, divenuta sempre più consapevole della propria identità, desiderava liberarsi dalle catene imposte dalla dipendenza dalla Francia. Si arrivò infine al 2012 quando salì al potere Macky Sall con il partito APR (Alleanza per la Repubblica), promettendo alla popolazione di rimanere al governo per soli 5 anni, cosa che non si realizzò e che provocò grande delusione.

Cito testualmente una frase, a mio parere stupenda e che esprime profonda tristezza, con la quale Adama ha descritto la situazione dei giovani suoi connazionali: “L’indipendenza è stata realizzata di fatto solo sulla carta, ad oggi il Senegal dipende ancora dalla Francia, il futuro dei giovani senegalesi è stato sacrificato dagli errori della politica”.

Adama ha poi continuato il suo intervento raccontando di suo nonno materno, Mambaye Baye, che ha combattuto durante la Seconda guerra mondiale a fianco della Francia. Dopo l’indipendenza fu commissario di polizia dal 1963 al 1978 e, dimessosi da quest’incarico, costituì una propria agenzia di sicurezza, utilizzata anche per la protezione del Presidente e di figure politiche importanti ed è tuttora esistente.

Finita la presentazione, Adama ci ha fatto ascoltare la musica dell’inno nazionale del Senegal e, mentre si portava la mano al cuore, l’ha intonato. Questo é un chiaro segno di quanto Adama tenga alla sua terra e di come non si dimentichi di essa, anche per questo é grande la sua delusione nei confronti della politica sbagliata del suo paese.

Anche la Guinea (Repubblica di Guinea Konakry) dopo il periodo coloniale ha ottenuto l’indipendenza dalla Francia nel 1958. Questo è avvenuto, ci ha spiegato Kapi, grazie al forte sostegno popolare di cui godeva Ahmed Sèkou Tourè, capo del PDG (Partito Democratico della Guinea), che divenne primo presidente del paese.  Purtroppo, come in molti paesi africani nel periodo post coloniale, la Guinea è rapidamente diventata una dittatura con un solo partito, una economia chiusa e un regime autoritario ed oppressivo. Citando Tourè, Kapi ha ricordato il senso della lotta per l’indipendenza del suo paese: “Non c’è dignità senza libertà. Preferiamo la libertà in povertà alla ricchezza in schiavitù”. Al termine della sua esposizione (per la quale si è servito di una presentazione in power point) anche Kapi ha cantato l’inno nazionale, portandosi la mano sul cuore, facendo così intendere che anche lui ha molto a cuore la sua nazione.

Questa esperienza (non si è trattato infatti solo di incrementare le nostre conoscenze)  sull’indipendenza degli Stati africani mi ha portato a capire l’importanza della libertà che, a me che vivo in uno stato europeo, sembra scontata, un diritto acquisito di cui facciamo fatica a comprenderne a pieno tutto il valore, anche se non è stato sempre così anche per noi. Grazie a questa esperienza ho capito che ci sono stati che ancora oggi non sono riusciti a raggiungere la libertà come, per esempio, il Senegal che, come ha detto Adama, ha ricevuto l’indipendenza di fatto solo sulla carta.

Giorgio Maria Ianniciello

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

STORIE A CONFRONTO

Storia 4 aprile
Verso la Costituzione della Repubblica italiana: tappe principali

Le storie di ogni paese sono tutte diverse e complicate; a volte s’intrecciano, altre volte invece proseguono parallele ed è molto difficile scoprire le storie degli uni e degli altri. Per questo l’incontro del 4 Aprile è stato molto importante: fare determinati approfondimenti a scuola è davvero difficile. L’opportunità che la scuola ci ha dato all’interno del progetto che stiamo seguendo è quello di approfondire degli aspetti della Seconda guerra mondiale e dei suoi esiti sia a livello della storia generale sia della storia personale o famigliare.

Grazie al professore Corrado Calò, inizialmente abbiamo parlato di com’era la situazione italiana tra il 1946 e il 1948, in quegli anni si decisero quelle che poi diventeranno le basi dell’Italia contemporanea. Infatti il 2/3 giugno del ‘46 venne votato tramite un referendum la forma istituzionale dello Stato italiano. L’esito di questa importante scelta fu che circa il 45% degli italiani optò per la monarchia e il 54% per la repubblica. Per gli italiano questa votazione non fu importante solo per il suo risultato, ma anche perché per la prima volta le donne italiane esercitarono il diritto di voto. Il 25 giugno 1946 si insediò l’Assemblea costituente per redigere il testo della costituzione della Repubblica italiana, entrata in vigore il 1 gennaio 1948.

In seguito Bajimmeh  Drammeh ci ha illustrato la storia coloniale del Gambia. Con questo intervento si sono conclusi gli approfondimenti della storia africana iniziati la lezione precedente. Il Gambia, diversamente dal Senegal e dalla Repubblica di Guinea Konakry, era una colonia britannica. La storia coloniale del Gambia è legata, per la sua posizione geografica, alla tratta degli schiavi, un commercio che, a partire dalla metà del XVII secolo, ha praticamente sostituito qualsiasi altro scambio commerciale. Il paese è attraversato dal fiume Senegal, il cui controllo fu motivo di scontri tra Francia e Inghilterra. Nel 1807 gli inglesi dichiararono illegale la tratta degli schiavi e cercarono perciò di impedirla, stabilendo una postazione militare sul fiume. Per compensare la perdita economica che ne derivò per l’Inghilterra, introdussero la coltura intensiva dell’arachide, anche oggi la principale coltura del Gambia come del Senegal. Nel 1965 il Gambia ottenne l’indipendenza e nel 1970 divenne repubblica, sottoposto però, dopo poco, a un regime di dittatura militare. Anche l’attuale presidente ha ottenuto il potere con un colpo di stato, in seguito riconosciuto dal popolo tramite elezioni.

Nell’ultima parte della lezione, anche noi studenti siamo intervenuti, raccontando le esperienze delle nostre famiglie, raccolte tramite interviste, in relazione all’arrivo degli Alleati, alla situazione del dopoguerra (economica e politica) e al voto al Referendum istituzionale.

Dal momento che molti di noi proveniamo da varie regioni italiane, abbiamo avuto la possibilità di confrontarci sulle diverse esperienze che i nostri cari hanno vissuto: partendo da chi ha vissuto la resistenza come partigiano a chi era fascista, da chi votò per la monarchia a chi votò per la repubblica, finendo per ascoltare il racconto di chi vide lo sbarco degli Alleati in Sicilia e chi li vide arrivare nelle città del nord Italia.

Grazie a questo incontro siamo riusciti a capire vari aspetti della guerra molto importanti e personali che senza questa esperienza di alternanza non saremmo riusciti a conoscere

Beatrice Trentin

 

ITALIA E SENEGAL. I PRINCIPI FONDAMENTALI DELLE DUE COSTITUZIONI

Storia 9 aprile
Confronto tra la costituzione della Repubblica italiana e la costituzione della Repubblica del Senegal

I fondamenti del diritto italiano, così come dei diritti e dei doveri di noi cittadini, sono riassunti nella costituzione che, dal 1° gennaio del 1948, ha contribuito a definire l’identità nazionale di noi italiani. Non è dunque difficile capire che essa è uno dei più importanti documenti di cui siamo in possesso e che quindi deve essere conosciuta e tutelata da tutti. Per questa ragione il tema costituzionale è stato il nucleo dell’ultima lezione di storia. La lezione è stata coordinata dal professore Corrado Calò, insegnante di diritto ed economia al Liceo Fermi ed è stata incentrata sul confronto tra la Costituzione della Repubblica italiana e la costituzione della Repubblica del Senegal, come esempio di costituzione africana.

In particolare è stato fatto un confronto tra i principi fondamentali della Costituzione italiana (contenuti nei primi 12 articoli) e quelli della Costituzione senegalese. Andando ad analizzare le origini dei due documenti, la prima differenza che si può constatare è nell’anno di promulgazione.   Infatti la costituzione della Repubblica Italiana è stata approvata dall’Assemblea costituente il  22 dicembre del 1947 ed è entrata in vigore il 1 gennaio dell’anno successivo. Questo documento ha quindi accumulato diversi anni sulle proprie spalle, mentre la Costituzione senegalese è entrata in vigore nel 2001, in sostituzione ad una precedente del 1963, tre anni dopo la proclamazione dell’indipendenza dalla Francia. Ci ritroviamo quindi di fronte a due documenti figli di epoche storiche diverse.

Fatta questa premessa, si può ora iniziare con il confronto dei principi in esse espressi e su cui si basano i due stati.

Il primo articolo della Costituzione italiana enuncia che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Qui, oltre a definire la forma di governo del nostro stato, si stabilisce che tutto il diritto italiano deve rientrare nei limiti posti dalla Costituzione. Ne consegue che essere italiani non significa solo essere abitanti dello “stivale”, ma soprattutto condividere i principi fondamentali contenuti nel nostro testo costituzionale.

Il primo articolo della Costituzione senegalese si presenta in modo simile al nostro, affermando che il Senegal è una repubblica e sottolineando la laicità dello stato, aspetto da noi sottointeso. La differenza sostanziale sta nel fatto che è molto più analitico. Infatti esso riporta anche altri diritti: la parità sociale degli individui (riportata nell’ art.3 della Costituzione italiana), la tutela delle minoranze linguistiche (presente nel nostro art.6) e la struttura della bandiera nazionale (esposta nell’art.12).

La bandiera senegalese è anch’essa un tricolore con una stella a sette punte di colore verde nella fascia centrale. I colori della bandiera, osservandola da sinistra verso destra, sono: il verde (simbolo dell’agricoltura), il giallo (simbolo della ricchezza del territorio) ed il rosso (richiamo a tutto il sangue versato nella rivoluzione senegalese). La stella a cinque punte ha infine una duplice interpretazione. Secondo la prima (di tipo religioso) le cinque punte rappresentano i cinque momenti di preghiera che i devoti a Maometto compiono ogni giorno, mentre per la seconda (decisamente più laica) le punte rappresentano i cinque continenti. E’ importante ricordare che nella Costituzione della Repubblica italiana l’articolo riguardante la bandiera era in origine il secondo. In un successivo momento è diventato il dodicesimo (ultimo tra gli articoli che riportano i principi fondamentali), perché essere italiani e patriottici significa osservare questi principi e non essere nazionalisti.

Per lo stesso motivo la Repubblica senegalese ha un proprio motto (Un Peuple Un But Une Foi), mentre l’Italia ne è priva.

Infine è da citare l’articolo 13 della nostra costituzione (corrispondente all’art.7 senegalese) dove si afferma che la persona umana è sacra ed inviolabile. Tuttavia la costituzione del Senegal si preoccupa di specificare questo principio arrivando anche a prevedere “protezione contro le mutilazioni fisiche”.

La lezione è poi terminata, dopo la comunicazione delle riflessioni dei gruppi sui due documenti (sopra riportate), con un intervento del professor Calò, che ci ha spiegato che le somiglianze tra i due documenti sono dovute al fatto che entrambe le costituzioni si ispirano ai valori di libertà affermatisi con la Rivoluzione francese

Thomas Franco

GRANDI VIAGGI ED ESPLORAZIONI GEOGRAFICHE

Storia 24 maggio Uscita didattica ai Musei di Palazzo Poggi e all’Orto botanico

L’ultima tappa del nostro percorso è stata l’uscita didattica. Ci siamo recati, dopo scuola, al museo di Palazzo Poggi, dove precedentemente aveva sede l’Accademia delle Scienze fondata dal bolognese Luigi Ferdinando Marsili nel 1711. Abbiamo iniziato la visita soffermandoci su un plastico della città di Breisach, nella quale Marsili subì la sconfitta che pose fine alla sua carriera militare. Successivamente abbiamo potuto osservare un mappamondo realizzato dal cartografo italiano Coronelli, in carta di riso, con matrice di rame. La guida ha colto l’occasione per parlare della figura di Cristoforo Colombo e dei suoi viaggi attorno al globo.

Nella sala successiva abbiamo osservato vari modelli di antichi velieri realizzati in maniera estremamente dettagliata: la Galera dell’ordine di Santo Stefano, utilizzata per recuperare gli schiavi cristiani presso i musulmani; il Vascello di Luigi XV detto ‘Il Beneamato’.
Nella stessa sala era presente anche una carta geografica dell’Africa realizzata dall’olandese Blaeu, nella quale, oltre ai luoghi geografici, erano rappresentati i popoli, tramite disegni che descrivevano le loro particolarità. I disegni raffiguravano anche strani animali, quasi mostri, che erano frutto di una mescolanza tra ciò che realmente i cartografi e i disegnatori vedevano durante i loro viaggi e la loro immaginazione.

Durante la visita la guida ha letto vari documenti storici, risalenti ad alcuni viaggi di esplorazione del mondo: il diario di bordo di un viaggio della tratta atlantica degli schiavi africani; una descrizione dell’ananas, frutto sconosciuto per gli europei e, infine, una pagina del diario di Antonio Pigafetta, il “cronista” di Magellano, nel quale descrive i “pesci volanti” come creature soprannaturali e quasi mostruose.

Durante la visita si è anche parlato dell’origine dell’uomo e da dove si sia sviluppato ai primordi della sua storia l’essere umano: l’Africa. Mohammed, incuriosito da questa scoperta, ha domandato come avesse fatto l’uomo ad arrivare in Europa. La guida ha spiegato che l’uomo ha iniziato a spostarsi e a viaggiare, e ad allargare i propri confini nel corso dei millenni, arrivando fino in Europa a piedi, dato che un tempo Africa ed Europa non erano separate. Si è discusso poi di come l’uomo col tempo abbia cambiato il colore della carnagione a seconda dell’ambiente che lo circondava.

Successivamente ci siamo spostati nell’altra ala di Palazzo Poggi per visitare il Museo di Ulisse Aldrovandi. E’ ricco di antichi reperti biologici. Infatti Aldrovandi spesso faceva scambi con persone di ceti sociali molto elevati  per ricevere reperti “pregiati” e per poter costruire così il suo ideale “Teatro della Natura”. La guida ci ha mostrato delle riproduzioni di disegni di piante e animali delle collezioni di Aldrovandi realizzati con matrici xilografiche. Sono molto affascinanti e abbiamo colto l’occasione per aprire una discussione sull’arte, sul rapporto arte e scienza nel XVI secolo e al giorno d’oggi e sulle nostre doti artistiche. E’ stato un momento molto interessante.

Finita la visita ci siamo spostati all’orto botanico di via Irnerio. Lì abbiamo “tirato le somme” del nostro percorso, giunto al termine. L’attività di condivisione finale è stata organizzata dai ragazzi della cooperativa Arca di Noè e si è sviluppata in questo modo: ad ognuno di noi sono stati consegnati tre foglietti su cui scrivere in uno le cose positive e da conservare del progetto, nel secondo gli aspetti da migliorare e nell’ ultimo le cose che ci sono sembrate utili, ma sulle quali dobbiamo riflettere meglio. I foglietti sono stati poi raccolti rispettivamente in tre contenitori diversi, per essere poi letti in maniera casuale e anonima e quindi discussi.Questo momento è stato molto utile per renderci conto di quante attività siano state fatte durante questo percorso.

Simone Tassi


CON IL CONTRIBUTO DI

STORIAMEMORIA.EU OSPITA IL SITO DEL PROGETTO REALIZZATO DAL LICEO SCIENTIFICO “E. FERMI” DI BOLOGNA
STORIAMEMORIA.EU
LICEO SCIENTIFICO “E. FERMI”